sabato 14 dicembre 2024

L'Arte Contemporanea è morta.

 




L’arte contemporanea è morta.

E l’ultimo teatrino che si è appena chiuso col cinese che mangia la banana ne è la testimonianza più palese.

Esaminiamo la trama della farsa. Il protocollo è sempre quello: La notizia della vendita milionaria di un’opera fatta di niente.

Une milionario la acquista con l’entusiasmo del grande affare, spendendo una cifra da capogiro e guadagnandosi un quarto d’ora di visibilità planetaria.
Lo scopo della notizia che rimbalza su tutti i canali mainstream è essenzialmente creare una dissonanza nella mente del cittadino medio.


Il quale vede un oggetto senza alcun valore 
– una comune banana attaccata in maniera comune ad un comune muro con un comunissimo nastro adesivo – e dall’altra parte qualcuno … non una persona qualunque, ma un genio della finanza … che ci investe una camionata di soldi.

È uno dei tanti, ripetitivi metodi con cui viene iniettata nei cervelli del pubblico medio la nuova idea di arte allo scopo di smantellare ogni forma di pensiero logico.

Lo scopo che si vuole raggiungere è avere una massa instupidita senza più una minima capacità di senso critico che ubbidisca senza resistenze ad ogni volere di un élite di illuminati.

La notizia è l’acquisto milionario in asta della famosa banana da parte di un giovane Paperon de Paperoni cinese, che poi la stacca dal muro e la mangia.


Sottotraccia, raccontato da nessuno ma ben visibile sui social, il rammarico in quelli che l’Arte, quella vera, la sanno riconoscere, la amano e devono assistere da anni alla sua lenta demolizione.

Ma questa volta alcuni si sono accorti di una cosa molto evidente. Da questa notizia si capisce chiaramente che l’arte contemporanea si è avviata verso la fine. E non è affatto difficile vedere l’ombra della morte che ha iniziato a sovrastarla.

Vale la pena fare una diagnosi approfondita, in modo che quando sarà il momento del decesso, potremo aver già prenotato i posti migliori per godersi lo spettacolo.

Un primo punto essenziale. L’arte contemporanea non è mai stato un movimento promosso dal pubblico. Il pubblico, semplicemente, non l’ha mai capita.


Altro punto. 
L’arte contemporanea è un’invenzione americana. Nasce negli USA e viene divulgata in maniera forzata in tutto il mondo. Ha avuto sempre e solo un unico scopo, ossia il seguente:

l’America, uscita vincitrice dal secondo conflitto mondiale, negli anni del dopoguerra, approfittando della spensieratezza dei popoli nei decenni del boom economico, ha lentamente istaurato un sistema di controllo coloniale presso tutti gli stati europei.


Un controllo tutto sommato semplice in un Europa fiaccata dal conflitto e pervasa da un forte debito di gratitudine per essere stata liberata dalle follie dei regimi totalitari del ‘900.

Ma l’America ha sempre avuto un grosso problema nell’assumersi il ruolo di guida del mondo occidentale.


Come può riuscire una nazione senza un passato, a mantenere in un tempo prolungato il potere su popoli che hanno alle loro spalle una complessa storia in cui la civiltà si è definita e in cui si sono strutturate tradizioni culturali di immane valore in tutti i settori del sapere?

Un problema non da poco! Un problema che ha ben poche soluzioni. La più spicciola consiste nell’investire risorse, fintanto che si ha tempo per farlo, per cercare di sganciare quei popoli destinati alla sottomissione dalla loro immensa tradizione culturale.


Detto in breve: 
devono dimenticarsi di Raffaello, devono concentrarsi su Cattelan. 
E così nasce la folle idea di un’arte senza contenuti. Data in pasto alle masse come si fa con l’ingozzamento forzato negli allevamenti intensivi delle oche.

Un’arte che vive di sensazionalismi. Di colpi di scena. Di scandali. Di oscenità. Ogni volta a cercare di toccare il fondo.
E qui veniamo al punto.


Ogni volta che l’arte contemporanea ha proposto un qualcosa, di scandaloso o si sensazionale, lo ha fatto varcando un confine.
Rompendo un qualche tabù.


Ogni volta proponendo il nulla, sia bene inteso, ma un nulla che riesce a farsi conoscere in tutto il mondo grazie ad un’informazione totalmente controllata dal tentacolare sistema di potere.

La notizia della vendita della banana ci dice che tutti i confini sono stati ormai rotti. Non hanno più niente da proporre. Per trovare una nuova notizia da gettare alle masse sono costretti a riciclare oggetti già consumati.

Come appunto quella banana. Che era già stata proposta e già stata mangiata. Ma l’effetto di stupore sul pubblico quelli non lo fanno più. Ormai hanno già dato quello che dovevano dare.

E senza l’effetto di stupore, il pubblico è più attento e riesce a concentrarsi su dettagli che prima, confuso dalla novità, gli sfuggivano.


Quella banana… non sarà un po’ marcita dopo tutto questo tempo?   
Ma non era stata già mangiata da qualcuno? 
Insomma … cosa si è comprato per quella cifra il grande finanziere cinese? 

Insomma, il nulla questa volta sembra proprio apparire per quello che è.
Un nulla. Anche per il pubblico più stordito.

Ma questi in realtà sono solo dettagli. La crisi dell’arte contemporanea è di gran lunga più profonda. L’arte contemporanea è nata in quanto uno dei tanti dettagli di un grande progetto di un élite che si era data l’obbiettivo di dominare il pianeta. Un progetto che ormai ha svoltato verso il più palese fallimento.

E quindi, per quanto concerne l’arte contemporanea, quel mondo fatto di approfittatori, finti artisti, finti intellettuali, con lo sfaldamento di quell’élite, sta per ritrovarsi senza nessuna copertura.

Per questo diciamo a chi per anni lo ha subito e combattuto, prenotate i posti migliori.


Perché lo spettacolo sta per cominciare.

     Alberto Melari

martedì 19 settembre 2023

NIGREDO (Film)

La dissoluzione di ogni fede




Un film di Alberto Melari. La demolizione controllata di scuola, religione e famiglia.


martedì 31 maggio 2022

I critici. Gli assassini dell'arte (Video)

 




Più volte mi è stato detto: “Visto che ce l’hai così tanto con i critici, perché non indichi tu quali sono le forme d’arte da considerare valide?”

Non riesco a smettere di stupirmi di come, decenni di informazione perversa, abbiano educato la massa ad un pensiero così aberrante.

La cosa più drammatica è che, chi pone una domanda del genere, è totalmente convinto di esprimere un pensiero legittimo e razionale.

Evidentemente non percepisce l’abisso del controsenso di ciò che sta dicendo.

In altre parole, a me, che ho argomentato tantissime volte sul fatto che i critici siano di fatto gli assassini dell’arte, viene chiesto: “Perché non ti metti anche tu a fare il critico?”

Passato lo stupore per la tanta ingenuità, prendo atto che nella massa si è cronicizzato un meccanismo di dipendenza senza più soluzione.

Ovvero l’uomo medio non riesce più a riconoscere un contenuto come artisticamente valido se non c’è qualcuno di autorevole che glielo indica come tale.

È drammatico. È un atteggiamento da schiavo. 

Lo schiavo che chiede al padrone cosa deve farsi piacere.

In cambio verrà premiato con un: “Bravo! Tu dimostri di essere meritevole di far parte del branco”

È uno dei tanti sintomi di un sonno della coscienza che somiglia più ad un coma che ad un semplice addormentamento.

Anche se sono convinto che queste persone siano irrimediabilmente perse, una qualche indicazione va comunque offerta, seppure sia talmente scontata che è quasi umiliante doverla dare.

Cominciamo col dire che, in ogni individuo, esiste una parte che, nel suo muoversi nel mondo, ha la capacità di cogliere e farsi attrarre da tutto ciò che è espressione di bellezza.

Quella parte si attiva, ad esempio, di fronte ad un prato fiorito, quando compare un bel paesaggio. Quando si incontra una persona (un donna o un uomo) particolarmente bella.

I segnali del suo attivarsi sono facilissimi da riconoscere.

Consistono nel fatto che, quando ciò accade, l’attenzione si sposta in tempi brevissimi sull’oggetto che viene percepito come bello e si prova un sottile piacere a mantenerla su di esso.

Questo meccanismo è facilmente constatabile con gli oggetti che ho preso come esempio (dei fiori, un paesaggio, una persona)

Con un’opera d’arte lo è molto di più.

Infatti, se gli oggetti detti possono funzionare in questo senso per una loro dote casuale, le opere d’arte invece sono state volutamente create dagli artisti allo scopo di muovere quella parte dell’uomo che riconosce e si mette in contatto con la bellezza.

E il fruitore, da parte sua, volutamente va incontro all’opera per soddisfare le esigenze di quella stessa parte. 

Una volta capito questo … il critico … a cosa serve?

Ma di fronte a questa osservazione, l’indottrinato ormai senza speranza, immancabilmente si agita e corre a ricordarti che ….

“… No! L’arte come espressione di bellezza è un concetto vecchio. Aggiornati!
L’opera d’arte da molto tempo ormai si è liberata dal compito di esprimere bellezza!

E dunque esprime qualcos’altro che va necessariamente studiato, spiegato, capito!”

Lasciamo l’indottrinato stramazzare nell’abisso del ridicolo in cui sta precipitando.

E aggiungiamo un’altra considerazione, questa volta un po’ meno scontata, che ci dimostra che, il fatto che in arte non si debba più esprimere bellezza, è quanto di più distorto e falso si possa affermare.

Tutto parte da una mancata percezione delle dimensioni dell’oggetto di cui stiamo trattando, appunto: l’arte.

Per riacquistare una giusta percezione usciamo per un attimo dal discorso che la riguarda.

Ora vi chiedo di indovinare quanto può essere alto questo albero.

Quale di queste tre misure è più probabile? 80 cm, 8 metri, 80 metri?

Beh! La risposta ovviamente è facilissima.

Adesso, invece vi chiederò: quanto dista la terra dalla luna? 40.000 km o 400.000 km o 4 milioni di km?

Come si può vedere la risposta questa volta non è altrettanto immediata.

Eppure anche la terra e la luna sono oggetti che si trovano quotidianamente sotto i nostri occhi, esattamente come gli alberi.

Ma c’è un motivo ben preciso del perché sia così diverso intuire la misura nei due casi.

L’altezza dell’albero è dello stesso ordine di grandezza della stragrande maggioranza degli oggetti di cui siamo circondati ogni momento, che normalmente vanno da pochi centimetri a qualche decina di metri.

Mente la distanza fra terra e luna è un qualcosa di così lontano dalla nostra realtà quotidiana che la mente non riesce a contenerla e dunque sfugge completamente alla nostra percezione.

Questo che abbiamo appena sperimentato per le dimensioni in termini di spazio, avviene anche per quelle in termini di tempo.

L’arte, seppure abbia avuto una sua evoluzione storica, è stata sempre espressione di bellezza fin dalle sue primissime manifestazioni.

E per secoli e secoli di storia ha portato con sé questo indiscutibile principio.

Ora, nella modernità si sarebbe operata, in una manciata di decenni, una sterzata folle di questo principio, dichiarando che l’arte non debba rappresentare necessariamente il bello.

Quella manciata di decenni, come accade con l’altezza dell’albero, è un tempo che la mente umana percepisce bene, visto che anche le esperienze della vita, e la vita stessa, possono avere una durata, appunto, di pochi decenni.

Ma la mente, allo stesso modo di come non coglie la distanza fra la terra e la luna, si perde nel concepire quel lunghissimo tempo fatto di secoli e secoli di storia in cui l’essenza dell’arte si è definita.

E si è definita attraverso una lunghissima ricerca che ha coinvolto decine di generazioni.
Donne e uomini, talvolta portatori di talenti unici, che hanno esplorato le esigenze artistiche dell’uomo in maniera profondissima.

Dunque, il dire “l’arte ormai non è più espressione di bellezza” è il frutto della pochezza con cui questi finti intellettuali sciagurati (detti critici) hanno misurato la storia con il metro della propria misera esistenza.

Questo tempo, confrontato con la lunga e densa storia della produzione artistica, è una minuzia insignificante.

I critici pretendono pateticamente di farlo essere il tempo di un cambiamento epocale.

Questi finti intellettuali (detti critici), passeranno alla storia per essere espressione di un periodo in cui la stupidità è stata l’elemento dominante del pensiero umano.

E di quella stupidità rappresenteranno gli esempi di massima manifestazione.

Questo periodo per fortuna si sta chiudendo, e purtroppo, nel suo finire, lascerà una scia di sporcizie che le generazioni future dovranno pazientemente ripulire.

( … e comunque … la distanza della terra dalla luna è di circa 400.000 km)

 

 


sabato 25 settembre 2021

L'ARTE E' TUTTO CIO' CHE GLI UOMINI CHIAMANO ARTE" (Video)

 




“L’arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte” è un concetto espresso dal critico Dino Formaggio.

Senza dubbio questa frase rappresenta l’idea fondante di quel fenomeno che passa sotto il nome di “arte contemporanea”.

“Arte contemporanea” è un nome ingannevole e inutile allo stesso tempo, esattamente come il fenomeno che intende indicare.

È inutile perché tutta l’arte è contemporanea al tempo in cui è stata prodotta.
L’arte del 1400 ad esempio è contemporanea di chi nel 1400 è vissuto.

È ingannevole perché indica non l’arte che si produce in questo periodo, ma solo una sua specifica espressione.

Ma chiamandola “contemporanea” quell’espressione pretende di essere l’unica forma di arte presente in questo periodo.

Cioè ci dà l’idea che gli artisti oggi facciano solamente quella roba lì, e che nessuno si interessi più o senta l’esigenza di dipingere, lavorare sulla forma, creare qualcosa di esteticamente apprezzabile, come vuole la tradizione.

Il che sappiamo benissimo che non è affatto vero.

Ma torniamo alla frase
“L’arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte”.

È un concetto questo che molte persone hanno fatto proprio nella necessità di adeguarsi al proprio tempo e di non trovarsi nel disagio di sentirsi antiquati, poco aperti, mal giudicati ed emarginati da chi vive intorno.

Ma fare proprio questo concetto comporta anche di appropriarsi, senza accorgersi di farlo, di tutti i presupposti che questo implica.

E questi sono abbastanza “bastardi”.

Dire che “L’arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte” vuol dire, per esempio, accettare il presupposto che l’arte sia totalmente inutile.

Non vi resta immediato il collegamento? Eppure è semplice.

Se crediamo che l’arte abbia un’utilità, una finalità, allora non potremmo mai dire che “è arte tutto ciò che gli uomini chiamano arte”, ma dovremmo invece dire che “è arte tutto ciò che raggiunge quella finalità”.

Ma non solo. Diremmo inoltre che più la raggiunge, più quell’arte ha una sua validità.

E questo ci porta necessariamente ad ammettere che in arte esista una scala di valori che rende le opere più o meno valide.

Invece, se è arte “tutto ciò che gli uomini chiamano arte”, allora l’arte è un concetto arbitrario e questo esclude qualsiasi finalità. Qualsiasi utilità.

E non esiste nessun criterio di valore perché questo principio mette pietosamente tutto su uno stesso piano poiché basta che io chiamo arte qualcosa e questo lo diventa.

Che è esattamente ciò che avviene con l’arte contemporanea.

Un individuo che fa proprio questo principio fa propria anche l’idea che l’arte sia inutile e si avvicina all’arte senza aspettative.
Senza concentrarsi in alcun modo sul valore evolutivo che l’arte ha. E non lo vede.

Frequenterà l’arte in maniera totalmente distratta, assolutamente non focalizzata su quello che questa può produrre in lui in termini di crescita personale.

Una mente così sterilizzata perde la facoltà di distinguere ciò che è artisticamente valido da ciò che non lo è.

Quindi, agli individui che hanno abboccato a concetti di questo tipo viene sottratto un grande strumento di crescita evolutiva,
per entrare in un processo di progressivo istupidimento.

Quello strumento invece, in passato, aveva un riconoscimento enorme.

Infatti quelle generazioni hanno investito grandi risorse per produrre opere talvolta di una sontuosità e magnificenza irripetibili quando non era puoi nemmeno così facile concepirle.

Ed averle o non averle quelle opere, nella cultura del proprio popolo, nella storia della propria civiltà, nella propria formazione personale, la differenza la fa. Eccome!

Concetti come quelli che “L’arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte” invece demoliscono ogni cosa, appiattiscono tutto, istupidiscono i singoli individui che li accettano e di conseguenza le masse intere.

Quindi un grande grazie a Dino Formaggio che c’ha lasciato questo magnifico principio e buon istupidimento a tutti quelli disposti a farlo proprio.

                    Alberto Melari


lunedì 17 maggio 2021

Quale è la missione della tua vita e come assolverla. (video)

 




“Il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere,
ma anche nel sapere per che cosa si vive!”


                            Fëdor Dostoevskij

 

Qual è la missione della tua vita?

Ma prima di tutto, esiste una missione della propria vita?
… e … cosa si intende per “missione della propria vita”?

Questo concetto, ammesso che esista, non può certo essere indagato in maniera razionale, scientifica.
Neppure la psicologia classica è uno strumento giusto per trattare di questo.

Diciamo che, la missione della propria vita, se esiste, appartiene a quel genere di verità, negate dalla maggior parte delle persone, che si possono solo intravedere e si fanno cogliere solamente da chi è più attento e disponibile ad un pensiero aperto.

Una serie di osservazioni delle proprie o altrui esperienze possono portare a pensare che una missione nella vita potrebbe esserci.
Cioè un qualcosa di ben preciso che la vita ci chiede di fare.
Uno scopo finale per cui siamo venuti al mondo.

Se ciascuno di noi dovesse avere una missione nella propria vita, allora diventa fondamentale scoprire quale è.
Perché è probabile che la vita possa procedere bene, possa avere un senso, solo quando effettivamente si sta portando avanti quella missione.

La maggioranza delle persone però pensa che la propria missione di vita non si sia mai manifestata perché nelle loro vite hanno avuto un ruolo determinante certi elementi di disturbo.

Ad esempio: disagi dovuti alla mancanza di denaro. Oppure si viene assorbiti da problemi di relazioni sentimentali, quando non si è mai trovato un equilibrio nei rapporti affettivi. Incapacità a mantenere le amicizie quando non si sanno gestire i rapporti interpersonali.
Paure di ogni tipo.

Molti non hanno potuto scoprire quale fosse la propria missione perché eclissata da qualcuno di questi problemi che hanno preso il sopravvento su tutto il resto.

Questi problemi non permetterebbero di concentrarsi su ciò che la vita vuole da noi. 

Attenzione! Quell’entità, che si frappone fra te e la tua missione di vita, non è un disturbo secondario.
Quella è la tua missione di vita.

Ed è per questo che te la trovi davanti ogni volta.
E ogni volta ti distrae da qualcosa che stai provando a fare.

Lo so… non è una bella notizia di cui venire a conoscenza.

Avresti preferito che la missione della tua vita fosse contribuire al progresso della civiltà, scoprire qualcosa di importante, salvare vite, lasciare un patrimonio artistico di eccellenza, consegnare alla storia qualcosa di rilevante … fosse stata una di queste avresti volentieri speso il tuo tempo, le tue energie e anche i tuoi soldi per portarla avanti.

Invece devi solo risolvere un problema che molte delle persone che conosci non hanno neppure mai avuto
e quindi faticano anche solo a concepire che tu ce l’abbia.

Eppure è così.

Ora, se non hai ancora chiuso con sdegno questo video, possiamo fare altre considerazioni a riguardo.

Cosa accade, per esempio, se quel problema nella vita viene risolto?
Cosa accade se viene assolta una volta per sempre la missione?
La vita smette di avere senso senza una missione?

Niente di tutto questo.

Intanto va detto che prima che quel problema venga risolto, cioè che si assolva alla missione, c’è un tempo in cui il problema non viene nemmeno riconosciuto. Viene negato.

Non è proprio che venga negato quando si presenta, ma viene trattato come un incidete casuale qualunque
non viene cioè riconosciuto come il problema della propria vita.

E quindi non lo si affronta direttamente, si aspetta che il disagio che ha generato passi, un po’ come passa prima o poi un dolore muscolare.

Solo dopo molte volte in cui quel problema si è ripresentato, ed in genere ogni volta in maniera più dolorosa e sfacciata, si arriva a riconoscerlo come proprio.

E perché questo avvenga in genere passano anni. Talvolta decenni.

Anche dopo che sarà diventato chiaro che quel problema si presenta a noi ripetutamente, sempre uguale, sempre nostro, passerà ancora altro tempo in cui verrà lasciato agire, in quanto attribuito a circostanze esterne che si vengono a creare ogni volta come una maledizione contro di noi.

Ma più spesso la colpa viene data ad altri, famigliari o conoscenti, considerati responsabili di azioni che generano quel problema nella nostra vita.

Già … ma come si risolve quel problema?
Come si assolve alla missione della propria vita?

Ogni problema sembra essere una cosa a sé.

È molto diverso infatti avere problemi di denaro dall’avere problemi di relazione dall’avere problemi di altro tipo ancora.

Eppure la soluzione ha sempre un unico schema.

Occorre ammettere con se stessi che quel problema è dentro di noi.
Che, anche se tutto ci appare ogni volta frutto di congiunture esterne sulle quali non avremmo potuto fare nulla, siamo noi, in maniera molto indiretta, sottile e perversa ad aver creato le circostanze che ci hanno fatto ricadere in quelle situazioni.

In altre parole, occorre assumersi la completa responsabilità di quanto ci accade, senza dare colpe a nessuno.

E questo deve essere accolto come verità assoluta,
non riconoscerlo senza esserne effettivamente convinti.

Raggiungere questo livello di consapevolezza corrisponde a compiere un passo evolutivo enorme per la propria vita.

Una volta raggiunta questa consapevolezza, verrà naturale avere il desiderio di voler sorprendere noi stessi in futuro mentre mettiamo in atto quei meccanismi che tante volte ci hanno incastrato in situazioni spiacevoli.

Per capirli finalmente, riconoscerli mentre agiscono e combatterli.

Ma questo probabilmente non accadrà.
Perché il semplice raggiungimento della consapevolezza di avere noi la responsabilità delle nostre stesse avversità, è già di norma sufficiente a portarcene fuori.

Anche se ci vorrà molto tempo affinché la vita ci darà dei segni concreti che questo è avvenuto.

Ad ogni modo la missione è stata assolta.

A questo punto? Cosa dobbiamo fare della vita?

Sicuramente ci godiamo quello stato di evoluzione raggiunto.
Abbiamo una nuova visione del mondo.
Tanta energia rimasta intrappolata per anni in problemi ricorrenti si è liberata ed è a nostra disposizione.

Ma la vita non permetterà mai che ci annoiamo.

Infatti è probabile che una qualche altra missione si presenti davanti a noi.
Purtroppo sempre sotto forma di problema da risolvere.

Un altro problema, sotteso, silente, che nel passato si era già presentato, anche se in maniera lieve, adesso sembra accrescersi, lievitare.
Si manifesta come non aveva mai fatto prima.
E tutto ricomincia da capo.

Ora, sta a noi voler capire o meno il funzionamento di questo meccanismo.
Il senso della “missione da compiere”.

Possiamo scegliere di entrare nel lamento di chi si deve rassegnare a non essere mai sereno e tranquillo, mai degno di un autentico stato di pace, oppure capire che quei problemi sono lì, disposti in fila come i vagoni di un treno.
Uno dietro l’altro stanno chiedendo di essere risolti.

Ogni volta meno severi però, perché il modo in cui si sono disposti è senz’altro in un ordine decrescente.
Dal più grave, più urgente, al più semplice da sciogliere.

E tutti hanno la stessa soluzione.
Occorre assumersi la responsabilità della loro presenza.
Sapere che siamo noi a generarli e ignorare ogni convinzione che tutto invece avviene all’esterno e che noi non possiamo farci niente,
anche se appare come la cosa più evidente.

È questo il segreto per assolvere alla missione.

Solo dopo aver smontato uno per uno tutti i vagoni di quel treno, ai pochissimi che in una vita avranno il coraggio di farlo, l’esistenza rivelerà finalmente quale è la missione grandiosa per la quale si sta vivendo.

Quella per cui varrà la pena spendersi, essere strumento, servire e risplendere.

                                                                                              Alberto Melari

sabato 8 maggio 2021

Quelle cose che un artista non dovrebbe mai fare ...

 






È fondamentale per un artista difendere il suo patrimonio più importante. La propria creatività.

Per farlo è indispensabile tutelare la propria autonomia di pensiero, il proprio mondo interiore.

Molti dei comportamenti più comuni fra chi produce arte, invece, vanno proprio a toccare quell’autonomia.

Sono le cose che un artista non dovrebbe mai fare.

Affidarsi ad un critico

Se un satellite si mette a girare intorno ad una stella, si illumina.

È questo il principio che porta molti artisti a darsi un gran da fare per farsi notare ed entrare nelle grazie di un qualche intellettuale ben inserito.

Qualcuno che scriva articoli su di loro o che li citi per lodarne le opere.

Quando nasce un rapporto di questo tipo, la posizione dell’artista è quasi sempre di subordinazione.
E questo è estremamente deleterio (alla persona in quanto tale prima ancora che all’artista).   

Come ho già detto in un altro video, le caratteristiche che fanno un artista sono due.

La prima. La capacità di utilizzare il linguaggio di cui si avvale.
In altre parole saper dipingere, se, per esempio, si tratta di un pittore.

La seconda. Quando si conosce bene il linguaggio che si utilizza occorre avere qualcosa da raccontare attraverso quel linguaggio.

I contenuti, le atmosfere, le armonie, le invenzioni, i racconti che andranno a finire nella tela sono il mondo interiore dell’artista.
Quello e nient’altro.

Quel mondo è degno di essere espresso solo quando è enormemente vasto.
Quando la personalità che lo comunica si manifesta come estesa e dirompente.

Per prima cosa una simile espressione non ha bisogno di stomachevoli fiumi di chiacchiere inutili.

Inoltre, una simile espressione non può in nessun modo generarsi da una personalità votata alla dipendenza da qualcuno.

Chi sente di doversi muovere per elemosinare un po’ di visibilità, chi ha la tendenza a sottomettersi, nelle proprie opere non potrà che manifestare quella sottomissione.

Una sottomissione che è prima di tutto sottomissione di idee.
Ovvero, chi è abituato a dipendere dall’esterno, ne dipende anche e soprattutto nel proprio pensiero e quindi in ciò che rappresenta.

Quella persona, anche se tecnicamente preparata, non rivelerà il proprio mondo. Ma quello degl’altri.

Nelle opere di tali personalità, non possiamo che aspettarci un’espressione debole, condizionata e quindi mai originale e vigorosa. Anche se tecnicamente ben fatte, le opere saranno sempre uniformate e vicine alla media.
Prive di una forza speciale che la renda interessanti veramente.

Occorre considerare anche che, con la stessa facilità con cui un critico esalta e manda alla ribalta un artista, può decidere in ogni momento di spegnerlo e riprecipitarlo nel buio per sempre.

E quindi un artista vero, come principio fondante della propria persona, non deve orbitare intorno a nessuno.

Un artista vero è quello capace di brillare di luce propria.

Seguire le mode

Se c’è una cosa che fa scadere l’attività di un artista ai più bassi livelli immaginabili è l’adattarsi a fare quello che si dice vada per la maggiore.

Il valore di un’opera è fortemente legato alla sua originalità.
La qualità in assoluto più difficile da raggiungere.

È quasi impossibile non avere modelli.
Tuttavia esiste un equilibrio perfetto fra l’ispirarsi a modelli esterni e liberare la propria espressione personale più pura.

Il conseguimento di quell’equilibrio è un’attività molto impegnativa.
Come si intuisce facilmente, è un’attività che coinvolge la parte più profonda dell’animo di un artista.
È di fatto una ricerca spirituale, qualsiasi sia il rapporto che la persona ha con la spiritualità.

La morte più totale di questi principi la troviamo nell’arte contemporanea.
Questa forma di pseudocultura ha introiettato tutta una serie di modelli di comportamento tipici dell’universo della moda.

Ha spinto l’arte verso un mondo frivolo dove a contare sono i salotti, gli eventi, le stravaganze, l’essere presente, l’essere inseriti.
Un mondo di pura esteriorità dove i riferimenti metafisici, di cultura profonda, al senso della vita, sono finti pure quelli. Sempre puntualmente citati, ostentati sul piano dell’immagine, ma di fatto inesistenti.

Un vero artista non deve mai seguire una tendenza.
Semmai, un vero artista, è quello che una tendenza la crea.

Partecipare a concorsi

Il concetto stesso di concorso, inteso come gara, come competizione a premi, non ha nulla a che fare con l’espressione artistica.

Prima di tutto va detto che il concorrere ha senso quando ad essere messi a confronto sono elementi quantificabili e oggettivabili.

Chi salta più in alto, chi corre più veloce, chi fa centro più volte.  
Chi risolve qualcosa nel tempo minore e via di seguito.

Tutte cose misurabili, che non hanno nulla a che vedere invece con la natura dell’espressione creativa, la bellezza, la capacità di affascinare di un’opera che non sono esprimibili come quantità.

Ma al di là del fatto che, in un concorso d’arte si va a quantificare qualcosa che sfugge a qualsiasi parametro di misurazione, è proprio l’idea di partecipare a concorsi che ha qualcosa di stonato.

Il dedicarsi ad un tale obbiettivo ha come effetto collaterale quello di eclissare lo scopo vero per cui si producono opere.

Ovvero per dare voce ad un mito | per creare un’espressione che consenta ad uno spettatore di riconoscere una parte profonda di sé |
per offrire una visione del mondo.

Tutto questo non ha davvero nulla a che fare con l’affermarsi rispetto ad altri e ribadire una superiorità delle proprie doti.

Creare arte è un’operazione che va concepita con l’intento di aggiungere. Aggiungere qualcosa all’universo.

Un concorso è qualcosa che, per sua natura, prevede invece un escludere, poiché presuppone un finale con vincitori da annoverare e perdenti lasciati fuori dall’attenzione.

E questo, in arte, non ha senso.

Anche nelle rare volte in cui tutto si svolge in maniera onesta, la giuria di un concorso non può che rappresentare un’espressione del gusto assolutamente parziale, e quindi qualcosa lontanissimo dall’essere oggettivo.

L’idoneo e naturale destino di un’opera è quello di essere lasciata al pubblico che ne determinerà spontaneamente il successo in base a quanto questa sarà capace di toccare la sensibilità di chi le si avvicina.

Quindi una giuria che stabilisce un vincitore non sta di fatto stabilendo un bel niente.

Per quale motivo un artista dovrebbe prestarsi a qualcosa che, di fondo, non stabilisce in un bel niente?

Farsi attribuire un coefficiente di valore

Sul mercato dell’arte c’è un sistema con cui viene calcolato il valore economico dell’opera di un artista.

Questo funziona sommando l’altezza e la lunghezza del quadro, espresse in metri, moltiplicato per un coefficiente attribuito all’artista. Il risultato dell’equazione dà il valore di una sua opera.

Poche cose ci sono di più stupide di questo meccanismo appena descritto.

In altre parole, le opere vengono trattate come prodotti di salumeria.
Così come una mortadella costa un tanto al chilo, un quadro viene valutato un tanto al metro.

Far dipendere il valore delle proprie opere da un coefficiente “al metro lineare” è forse più deprimente e svilente che dipendere da un critico, come appena detto.

Corrisponde al dover accettare che le proprie opere siano in qualche modo tutte livellate, tutte dotate di un tetto di valore oltre il quale non possono elevarsi, fintanto che, sempre dall’esterno, non interviene qualcuno a rimuovere quel limite, per criteri a dir poco ridicoli, e solo per spostarlo un po’ più in su.

Questo, fra l’altro, rappresenta un grosso ostacolo alla sperimentazione e all’apertura verso nuove prospettive, perché il meccanismo pretende che ci sia una riconoscibilità dell’opera.
Quindi un appiattimento di schemi che, per un artista vero, dovrebbe risultare qualcosa di insopportabile.

Se un artista decide legittimamente di stare sul mercato deve essere egli stesso a stabilire il prezzo delle proprie opere, valutandole una per una.

Non per questo non deve adattarsi alle leggi del mercato, che però sono leggi naturali, come quella della domanda e dell’offerta.

Ovvero, se l’artista produrrà opere di livello, il mercato risponderà spontaneamente aumentando la richiesta. E sarà normale alzare il prezzo.

Essere identificato da un coefficiente è qualcosa che, oltre a non avere alcun senso, è inaccettabile per il grado di libertà di cui deve pretendere di godere una persona che ha deciso di esprimersi attraverso la sua creatività.


                Alberto Melari

domenica 28 febbraio 2021

Smetti di essere di DESTRA | Smetti di essere di SINISTRA (Video).

 




Il bambino.

Se porti un bambino sotto ad una parete di roccia alta decine di metri e gli chiedi se è disposto ad arrampicarsi fin lassù, il bambino ti risponde senz’altro di sì.

Se un papà, che di mestiere fa, ad esempio, il muratore, si lamenta perché la sua auto è vecchia e perde colpi, il bambino chiederà al papà perché non ne compra una nuova.
Il papà spiegherà che non ha i soldi. Il bambino suggerirà: “Beh … guadagnali!”.

Sono esempi questi di come un adulto si ritroverà a sorridere dell’ingenuità di un bambino.

Il piccolo illuso crede davvero che sia possibile arrampicarsi fin lassù.
Oppure che per avere i soldi necessari per cambiare un’automobile vecchia basti decidere di guadagnarli.

Il piccolo illuso però, in entrambi i casi, non si sbaglia.

Ci sono persone che quelle pareti di roccia verticali le scalano.
Quindi ha ragione il bambino. Si può fare.

Il padre, che fa il muratore, non può permettersi un’automobile nuova.
Ha uno stipendio troppo basso.
Potrebbe permettersela invece il suo titolare che guadagna molto più di lui.
Anche lui faceva il muratore un tempo.
E allora anche in questo caso ha ragione il bambino.

Se ne deduce che una visione autentica del mondo, delle possibilità della vita, ce l’ha solo il bambino.

All’adulto deve essere successo qualcosa per cui non riesce a vedere … ad immaginare più.

L’educazione.

Questo qualcosa si chiama “educazione”.

L’educazione è quel processo esercitato sui bambini ad opera degli adulti, per lo più attraverso scuola e famiglia, fatto di durissime e frustranti limitazioni del proprio io.

Il processo persiste fino a quando quell’io non sia così ridotto da convincersi che le possibilità nella vita sono pochissime.

Questo impoverimento della personalità operato dall’educazione finisce all’incirca nella pubertà.
In quella fase della vita, l’individuo, dopo averlo privato di quasi tutte le sue potenzialità, viene lasciato solo nel mondo con l’aspettativa che incominci a realizzare se stesso.

Quell’ansia di inadeguatezza che è tipica di ogni adolescente, altro non è che il disagio che questo prova dalla continua pretesa che il mondo circostante ha su di lui che sappia chi è e cosa vuole fare, dopo che anni di quell’educazione lo hanno svuotato di ogni contenuto.

Le ideologie.

È in questa fase della vita che normalmente aggrediscono le ideologie.

Ad un individuo in cui è stato creato un enorme vuoto di identità arriva improvvisamente la notizia dell’esistenza di un pacchetto completo di idee già pronte in cui ogni minimo dettaglio di pensiero è stato risolto.

Ad esempio, essere di destra oppure di sinistra significa avere una risposta su tutto.
Una volta accettato il “pacchetto” sai quale deve essere la tua idea su ogni cosa.

Hai un’idea sull’economia, sulla struttura della società, su come rapportarti col diverso. Ti viene indicato chi è il diverso.
Sai quali libri devi leggere e da quali devi assolutamente stare lontano.
Quali forme d’arte apprezzare e quali detestare. Quali film vedere.

Sembra assurdo ma ti viene detto anche come ti devi vestire e quali colori preferire.
Nero o blu se sei di destra, rosso o arcobaleno se sei di sinistra.

Ma più di tutti ti viene detto chi devi odiare.

Chiunque si presenti a te dichiarandosi della parte avversa è un nemico.
Non importa chi sia, i suoi pregi, i suoi difetti, quale sia la sua storia, la sua capacità di essere solidale con gl’altri.

È un nemico. Punto.

Dualismo.

Le ideologie infatti sono sempre dualistiche.

Spaccano la realtà in due parti nette e contrapposte.

Destra e sinistra. Pacifismo e interventismo. Maschilismo e femminismo. Scienza e religione.
Hanno la comodissima abitudine di ridurre l’enorme complessità della realtà, dove è difficilissimo orientarsi, a due poli solamente.

Questa rasserenante semplificazione però ha un piccolo prezzo da pagare.
Devi scegliere da che parte stare.
E ovviamente, di conseguenza contro quale parte devi combattere.

Questa scelta ha enormi vantaggi però.
Oltre a definire in un colpo solo tutti gli aspetti della tua identità e di inserirti in un gruppo, ti scarica dall’enorme onere di dover pensare.
Tutto è già stato “pensato”.

Naturalmente questo porta degli effetti collaterali.
Ad esempio a vivere delle contraddizioni.

Essere pacifista per esempio significa odiare e fare la guerra a chi crede che sia giusto intervenire militarmente.
Si è pacifisti facendo la guerra a qualcuno.

Essere femminista o maschilista significa ribadire la naturale supremazia di un genere su un altro.
Cioè si persegue la naturale contrapposizione fra quei generi che per natura dovrebbero invece unirsi.

Il mondo perfetto.

Ma le ideologie non si limitano a darti un’identità.
Indicano anche la soluzione ultima di quello che è il mondo perfetto.

Ti dicono che nel mondo ci sono, e ci saranno, sofferenze e disagi solo perché non si è ancora realizzato il disegno indicato dall’ideologia a cui hai aderito.

Se sei di destra sei perfettamente convinto che il mondo sarà un luogo ideale solo quando gli individui saranno finalmente lasciati liberi di realizzarsi e si sarà strutturata una perfetta gerarchia in cui i migliori, ben riconosciuti, garantiranno, con la loro azione, la sussistenza anche dei più deboli.

Se sei di sinistra sei perfettamente convinto che il mondo sarà un posto splendido quando la ricchezza, non appena viene generata, verrà immediatamente equamente redistribuita a tutti e le regole saranno tarate sulle esigenze del più debole.

Naturalmente, affinché si realizzi un mondo perfetto in cui donne e uomini saranno tutti felici, scompaiano i conflitti e possa regnare una pace perenne, bisogna eliminare tutto ciò che impedisce al progetto ideologico di concretizzarsi.

Ad esempio tutti quelli che hanno un pensiero non conforme a quell’ideologia.

Ed è per realizzare quel mondo perfetto, quella pace, quella felicità per tutti che i regimi di destra e di sinistra, nel secolo scorso, hanno disseminato la storia di conflitti cruenti e programmato la sistematica uccisione di decine di milioni di persone in tutto l’occidente.

L’equilibrio.

Ma cosa sono le ideologie? Dove si trovano? Di cosa vivono?

Di certo non si trovano in natura.
Tutto ciò che si trova in natura c’è da molto prima che comparissero le ideologie, e tutt’ora la natura sembra andare avanti ignorando totalmente la loro presenza.
Gli alberi continuano a germogliare, gli animali a riprodursi, il sole sorge e la luna fa i suoi cicli e tutto avviene senza nessun bisogno delle ideologie.
Tutto sembra ubbidire a qualcosa di ben diverso e molto superiore.

L’unico luogo dove le ideologie esistono e si alimentano è la mente umana.

Le ideologie sono solamente “pensiero”.
Idee, appunto, innestate nella mente.
E si nutrono a spese di chi le coltiva.

La cosa più bizzarra in tutto questo è che, essendo dualistiche, si presentano nella mente sempre in due forme. Una a favore ed una anti.

Facciamo un esempio.
Supponiamo di aver aderito ad un’ideologia progressista e di coltivare, di conseguenza un’ideologia antifascista.
Per essere antifascista la mia mente deve per forza contenere l’idea di fascismo.
E in qualche modo la mia mente, contenendola, la nutre, la fa esistere.

Insomma, nell’essere antifascista io alimento l’idea stessa di fascismo.
La tengo in vita. Le do energia.
Cioè ottengo esattamente l’opposto di quello che vorrei.
Ovvero estinguere il fascismo.

Può sembrare un paradosso, ma questo è quello che si realizza veramente.
Tanto più io scendo in piazza, esprimo, manifesto il mio antifascismo, tanto più inciterò chi ha aderito all’idea fascista, a reagire alla mia azione.

Quindi la mia azione, volta a sopprimere l’ideologia opposta, non fa che sollevarla e darle forza.

Ma il paradosso è ancora più grande.

Quando vedrò la parte opposta sollevarsi in reazione al mio essere “anti”, mi convincerò ancora di più della necessità della mia contrapposizione.
E sarò portato ad urlarla ancora più forte.
La parte avversa reagirà di conseguenza alzando ancora di più la voce in un crescendo contino che avrà come risultato il disordine più totale.

Nel perseguire il proposito di rendere il mondo perfetto, non faccio altro che inquinarlo generando conflitti e caos. 

Paradossalmente, il miglior antifascista, o il miglior anticomunista, è colui che non sa proprio cosa sia il fascismo, o il comunismo e ne ignora l’esistenza.
Non conoscendo queste ideologie non sente la necessità né di aderirvi e né di combatterle.
In questo modo semplicemente non le nutre.

La cura.

Le ideologie, lo abbiamo detto, sono subdole.
Si sono insediate nella nostra mente approfittando di un periodo di debolezza.
Si nutrono delle nostre energie.
Ci spingono continuamente verso situazioni di conflitto con l’esterno.

Ma esiste una cura per le ideologie?

Naturalmente sì. Ed è facilissima da attuare.
Per liberarsene, basta semplicemente decidere di abbandonarle.
Smettere di schierarsi.

Qualsiasi cosa si sia arrivati a credere di essere … comunista, fascista, liberale, socialista … quell’idea può essere abbandonata immediatamente.
Può essere lasciata cadere così come si lascerebbe cadere dalle mani un ferro rovente non appena ci si accorge che ci sta consumando la pelle.

Naturalmente, nel momento in cui lo si fa, ricompare quel vuoto di identità che, aderendo ad un’ideologia, ci illudevamo di aver riempito.
Un vuoto che, nuovamente, chiederà di essere colmato.

Questa volta però la soluzione di quel vuoto può essere diversa.
Basta semplicemente fare lo sforzo di ricordare come quel vuoto si sia generato. Ovvero quando hanno sradicato da noi il bambino che eravamo.
Il nostro vero io. Perfetto così come la natura lo aveva fatto.

La riscoperta di quel bambino è un’esperienza meravigliosa.

L’esercizio consiste nel mettersi a sondare tutti i limiti che l’educazione ci ha imposto incominciando a sperimentare tutto ciò che non abbiamo fatto nella vita perché convinti che non si poteva.

Si incomincia dapprima provando a sentire cosa si desidera veramente, al di là di quello che l’esterno si aspetta da noi.
Poi a cercare di realizzarlo.
E miracolosamente ci si stupisce ogni volta che tutto è nelle nostre possibilità, e lo è sempre stato.

Il nostro io, attraverso quella riscoperta, si ri-espande esattamente come il diaframma in un respiro.

E soprattutto si torna in pace col mondo, perché si incominciano a valutare le persone che ci circondano non più dalle idee che proferiscono, ma per quello che sono veramente, è ci apparirà chiaro che chi persegue un’idea non lo fa perché quell’idea lo rappresenta realmente, ma solo per riempire il vuoto che si è creato nel dover diventare adulti.

Il mondo perfetto esiste davvero. È quello senza ideologie.


                              Alberto Melari.