lunedì 15 luglio 2019

La storia degli scambisti.



Cos’è l’anima.


Oggi vi dirò cos’è l’anima.

Ma prima parliamo di R., un ragazzo di circa trent’anni, atletico, bello. R. ha vissuto numerose storie d’amore molto intense ed ha sempre avuto una vita affettiva molto vivace. Tuttavia R. ha sempre vissuto un certo disagio a causa del lavoro. Le cose non sono mai andate troppo bene. Non riesce ad essere costante negli impegni professionali e perde spesso il lavoro. Non ha mai acquisito una vera professionalità.

T. ed R. si sono conosciti da poco. T. è un signore molto in sovrappeso. È da sempre così. Ha qualche anno in più di R. ma ha avuto pochissime esperienze affettive, poco interessanti ma soprattutto finite male. È un ottimo professionista. Nell’ambiente di lavoro è stimato e considerato uno di quelli capaci di fare la differenza.

I due si sono conosciuti. Ma non si stimano affatto. Ognuno prova una profonda invidia per l’altro. R. vorrebbe avere le soddisfazioni economiche e professionali di T.
T. immagina sempre con invidia le serate di passione di R. insieme a donne bellissime. Ma di fondo si guardano con un sentimento quasi di pietà l’uno per l’altro.

Com’è che si sono incontrati? È stato Gonzalo a farli conoscere. Un personaggio singolare di origine guatemalteca, proveniente da una famiglia di tradizione sciamanica. Se non li avesse convocati lui i due non si sarebbero mai incontrati. Ed anche adesso che sono insieme sembrano respingersi.
Gonzalo, che li conosce entrambi approfonditamente, fa loro una proposta stravagante, assurda e fuori da ogni logica. Propone uno scambio di anime.

I due dapprima rimangono sbalorditi. Poi divertiti perché non riescono a prendere sul serio la cosa. Ma Gonzalo ribadisce di essere serissimo. Ed entrambi lo conoscono come persona affidabile. Le loro menti non sanno concepire la cosa, ma l’idea di T., di acquisire le doti di seduttore di R. è molto allettante. Allo stesso modo R. rimane affascinato dall’idea di raggiungere di colpo la posizione professionale e finanziaria di T. Pertanto accettano.

Gonzalo compie il suo rito. Allestisce l’ambiente. Li fa stendere. Somministra estratti naturali. Invoca spiriti di vario tipo. I due entrano in stati di coscienza alterati e in tempi indefinibili si compie qualcosa che collassa in uno stato di profondo torpore. Il risveglio sarà dei più duri. Con forti mal di testa, spossatezza e stordimento.

Quando i due si risvegliano sanno di essere ognuno nel corpo e nella mente dell’altro. La sensazione è stranissima. Passano momenti di forte stupore nel quale vorrebbero permanere. Ma Gonzalo li incita ad andare e ad occuparsi finalmente delle loro vite. Ognuno dovrà entrare nel mondo dell’altro. Con tutti gli strumenti che l’altro ha raffinato col tempo. I due vanno. Assaporano già le gioie che la nuova situazione promette di dare.

T. rientra nell’ambiente di lavoro. Viene da tutti salutato con rispetto ed accolto come un leader. Chiama a riunione i suoi collaboratori e inizia a distribuire compiti e responsabilità. Sente che la sua mente è dotata di tutte le nozioni necessarie per lo svolgimento di quei compiti. Il conto in banca è rassicurante. Finalmente!

R. si tocca i bicipiti, sente il corpo turgido ed elastico. Si sente leggero. Elegante nei movimenti. Accarezza i capelli folti e ammira allo specchio una fisionomia perfetta. Ha voglia di uscire. Quella sensazione di leggerezza è meravigliosa. Esce e si mette a correre nel parco. Dopo poco incrocia una bellissima donna bionda, anche lei intenta a fare jogging. Lo riconosce e lo affianca. Corrono insieme e parlano. Si danno un appuntamento per la sera. R. non vede l’ora di uscire con lei.

Passa qualche giorno. R. ha avuto più di un’esperienza amorosa. È al settimo cielo. Però una mattina bussa alla porta un creditore che avanza la richiesta di soldi dovuti già da tempo. In casa non c’è denaro e il conto in banca è quasi al rosso. Non è abituato a quella situazione. Non la sopporta. Decide di darsi da fare. Esce e va a cercare un lavoro.

T., dopo varie giornate in azienda, cene di lavoro in cui ha sperimentato un grande riconoscimento professionale, avrebbe voglia di prendersi un po’ di tempo libero. Nello staff di lavoro c’è una giovane donna molto interessante. Vorrebbe invitarla a cena. Coglie l’occasione di un momento in cui è da sola ed inizia ad approcciarsi a lei. Appena pronuncia le prime parole la donna è rapidissima a interromperlo e spostare il discorso su altro. Ed il deciso gesto di mettersi di spalle non lascia dubbi. Non ne vuole sapere.

T. deluso si allontana. Ci è rimasto male. Ha voglia di farsi una bella camminata. Esce e se ne va un po’ in strada. Ma dopo poco sente il fiato grosso e i movimenti lenti e pesanti dell’immensa massa corporea sono fastidiosissimi. Da subito decide di mettersi a dieta e di fare regolarmente movimento.

Passa dell’altro tempo. R. non solo ha trovato lavoro ed ha saldato i debiti, ma ha anche avuto delle promozioni. È stato apprezzato per il proprio impegno ed ha avuto la promessa di posizioni migliori nel prossimo futuro. Però la sua massa muscolare ha incominciato ad inflaccidirsi. Ha preso peso perché spesso sente il bisogno di abbuffarsi. Anche le sue amanti glielo hanno fatto notare. Una ha avuto il coraggio di dirgli che, durante una serata insieme, non è stata molto bene. E il motivo è stato che lui era piuttosto noioso e poco interessate.

T. invece ha perso molto peso. Ha raggiunto una buona forma fisica. La sua collega lo ha notato e un giorno gli ha fatto i complimenti per il suo aspetto davvero migliorato. Però nel lavoro c’è stato qualche problema. Ultimamente ha combinato qualche guaio ed è stato ripreso dalla direzione aziendale. Sono stati molto chiari. Se dovesse accadere di nuovo la sua presenza in azienda sarà a forte rischio.

Capito cos’è l’anima?
                                                        Alberto Melari

lunedì 8 luglio 2019

Il regno delle immense energie





Tutti sanno che Sigmund Freud teorizzò l’esistenza dell’inconscio. Nel mondo della divulgazione esiste un modello molto utilizzato che è quello dell’iceberg. L’iceberg, la montagna di ghiaccio galleggiante, appare come un’immensa cima che emerge dal mare. Dell’iceberg si sa che la porzione che emerge è solo una piccolissima parte. La grande parte della massa ghiacciata si trova al di sotto del mare e non si vede.

Nel modello, la parte che emerge, rappresenta l’Io cosciente, ovvero tutto ciò che ciascuno sa di se stesso. Le proprie idee, le proprie convinzioni, le proprie aspirazioni. La parte sommersa e nascosta rappresenta l’inconscio. L’inconscio è la parte di noi che fa scelte, dà direttive, crea la realtà intorno a noi. Di questa parte noi non sappiamo nulla.

In effetti questo parallelo è perfetto poiché, ci spiegano gli analisti, se potessimo dimensionarlo, l’inconscio è molto ma molto più grande dell’Io cosciente.

L’iceberg è fatto di ghiaccio. Lo sappiamo. Invece l’Io di cosa è fatto?

Già… perché il giaccio è una massa solida. Ha un peso e un volume. E affermare che quello sommerso è molto di più di quello emerso ha un senso concreto. Invece cosa significa dire che la nostra parte inconscia è molto più grande di quella cosciente?

Quando si parla di queste categorie psichiche si parla in termini di “energia psichica”. Gli elementi che contengono questa energia sono le pulsioni. Affermare che l’inconscio è grande significa che la stragrande maggioranza dell’energia è contenuta lì. E di quell’energia si sa che è presente in quantità enorme.

Supponiamo di chiedere a qualcuno quale sia la propria aspirazione. Supponiamo che questi ci dica che la sua volontà sia quella di diventare ricco. Questa affermazione naturalmente deriva dalla sua parte cosciente (la parte emersa dell’iceberg). Supponiamo ora di andare ad analizzare la sua vita. Immaginiamo tre scenari fra i tanti possibili.

Primo scenario - La sua situazione economica è in crescita. Ma quella crescita è ben lontana dagli obbiettivi a cui egli dice di aspirare. Tuttavia è diventato un ottimo insegnante e si sta realizzando nella formazione degl’altri.

Secondo scenario - Si sta effettivamente arricchendo.

Terzo scenario - Si impoverisce sempre di più.

Solo il secondo scenario è effettivamente coerente con quello che coscientemente egli afferma di volere. Perché invece in molti casi non avviene quello per cui si sta agendo?

Nel primo caso dobbiamo presuppore che, a livello cosciente, questa persona aspira a grandi ricchezze. Ma a livello inconscio questa aspirazione non è poi così forte. Per questo il suo arricchirsi non corrisponde a quello che effettivamente egli dice di volere. Ci sono altre pulsioni che frenano la corsa verso la realizzazione. Ci sono pulsioni, nel mondo sommerso del suo inconscio, che lo portano a realizzarsi, ma non in ciò che egli coscientemente vuole, ma in tutt’altro campo.

Nel terzo caso il suo inconscio viaggia esattamente in maniera opposta a quelle che sono le sue aspirazioni. Questo scenario è inevitabilmente causa di sofferenza. La sofferenza non deriva dalla povertà in se stessa. Bensì dal contrasto fra ciò a cui egli aspira e la realizzazione nella realtà del suo contrario. Se aspirasse ad una vita ascetica o mistica che contempla la povertà, ad esempio, la condizione di miseria non sarebbe affatto una sofferenza.

Ad ogni modo la conclusione che trarremo è che la realtà che si realizza è sempre quella delle pulsioni inconsce. Perché, come abbiamo detto parlando del modello dell’iceberg, è lì che si annidano le grandi energie. Quando queste sono in accordo con le nostre aspirazioni la vita scorre piacevolmente.

Quando invece l’inconscio si muove in altre direzioni o addirittura in maniera opposta a ciò che vorremmo sul piano cosciente, si scatenano malesseri e insoddisfazioni. Talvolta si entra in casi di sofferenza grave e occorre rivolgersi a qualcuno.

Il compito del terapeuta è proprio quello di individuare nell’inconscio la pulsione che si muove in senso contrario e renderla nota al paziente. Una pulsione, quando viene portata alla luce, da inconscia diviene cosciente. In altre parole passa dalla parte sommersa dell’iceberg a quella emersa. Passa cioè dal luogo dove ci sono enormi energie a quello dove le energie sono più deboli. In questo modo la pulsione perde la sua forza e l’equilibrio psichico si ristabilisce.

Naturalmente tutto questo discorso altro non è che una sintesi di qualcosa di molto noto ormai anche a livello di cultura popolare. Al più può essere una buona puntualizzazione.

La domanda che voglio lasciare aperta invece è la seguente. Cosa potrebbe avvenire se si potesse operare il processo in modo contrario a quello della terapia? Ovvero, quale immensa potenza potrebbe raggiungere un essere umano se potesse “spingere” una sua aspirazione cosciente nelle profondità dell’inconscio, dove questa si caricherebbe di energie enormi? È possibile far accadere questo?

Buona riflessione.

                                               Alberto Melari





sabato 22 giugno 2019

La domanda che mette in crisi il predicatore




Come comportarsi con chi vuole convincerci di aderire alla sua religione.


Passeggiavo per la città quando un gruppo di ragazze e ragazzi, piuttosto giovani, mi ha fermato per la strada. Portavano con loro un cartello con uno slogan religioso. Avevano l’accento inglese. Mi hanno detto di appartenere ad una comunità mormona. Mi hanno chiesto se conoscevo i Mormoni e si sono sorpresi perché qualche nozione sono riuscito a darla.

Stavano facendo propaganda religiosa. Non sono certo i primi! Mi hanno parlato appassionatamente della loro fede e della loro idea di Dio. Io li ho ascoltati con interesse.

In molti si infastidiscono dall’invadenza di gruppi religiosi che ti precipitano in casa o ti fermano per la strada rubandoti del tempo, magari in momenti poco opportuni in cui si è già carichi di pensieri. Oppure ti disturbano quando dai pensieri sei riuscito a liberarti e ti stai godendo un po’ di serenità, sempre più rara in certi periodi.

In molti vorrebbero spiegare loro che non sentono alcuna necessità di abbracciare una nuova fede o di essere salvati da non si sa cosa. In molti vorrebbero liquidarli senza rovinarsi la giornata resistendo all’istinto di rispondere con cattiveria, cosa che poi ti fa stare più male di prima, ma neppure essere troppo morbidi rischiando di non riuscire a svincolarsi in breve tempo dal fastidio della loro ingerenza.

Io personalmente ho un approccio diverso. Più accogliente. Forse dovuto alla lunga passione per tutti gli aspetti della natura umana, forse all’irresistibile voglia di provocazione che ho sempre avuto, ma anche solo alla curiosità e al desiderio di conoscenza.

Ascolto con attenzione. Cerco di trovare aspetti interessanti ma quasi sempre quello che mi arriva è una piattezza di frasi fatte in cui si capisce che l’unica vera forza in gioco che muove i loro intenti è l’appartenenza ad un gruppo. La fede, quella vera … con tutto il rispetto … mi sembra sempre molto lontana.

Quando tocca a me a parlare li porto sempre sul un argomento: “Molto interessante quello che mi racconti sulla tua religione. Tuttavia ho una domanda da farti.

Ma tu… perché vuoi convincere me?”

A questo punto il volto dell’adepto si incupisce e l’espressione precipita nel vuoto di un pensiero che lo destabilizza. Non escono parole.

La mente va a cercare fra le tante frasi fatte utilizzate in anni di propaganda ma non ce n’è una adatta a dare una risposta. Balbettano qualcosa senza dire nulla. Tentano di cambiare discorso. Spesso chiudono in fretta e salutano.

A quella domanda non c’è risposta. O meglio, la risposta ci sarebbe. Ma suscita in loro orrore per se stessi.
Quella domanda va a toccare un nervo scoperto. Entra nella ferita ed espone la parte di sé tenuta nascosta perché dolorosa e insopportabile.

Già! Che bisogno c’è di convincere gli altri che la propria fede è una cosa meravigliosa?

Un pensiero superficiale porterebbe a dedurre che, chi è disposto ad esporsi così tanto da andare a predicare per la strada, sia dotato di una grande convinzione per la propria confessione.
Secondo questo stesso pensiero, la più grande forza nei confronti del proprio credo ce l’ha chi è disposto ad immolarsi con una cintura esplosiva in mezzo agli infedeli per fare una strage.

Se questo vi sembra logico è solo perché state applicando la logica in un campo dove la logica non ha applicazione.

La fede di un kamikaze, in realtà, è talmente debole che l’esistenza degli “infedeli” è una cosa così fastidiosa al punto da volerli eliminare. Per capirci meglio, coloro che non professano la sua fede, con il loro semplice esistere, vanno a toccare la parte di lui che sa di non credere in Dio, e lo fanno in maniera così forte da essere insopportabile. Da qui l’esigenza di distruggerli.

Allo stesso modo, cercare di convincere altri ad aderire al proprio credo, predicando porta a porta, è sintomo del bisogno di essere in quanto più numerosi possibile per rafforzare una fede di fatto vacillante e assai poco convinta. 

Cercando di convincere qualcuno si vuole mettere alla prova la propria idea di Dio per vedere quanto affascini gli altri e quanto non ci faccia sentire dei poveri creduloni, che è proprio il dubbio che si è maturato su se stessi.

La fede vera non ha mai bisogno dell’approvazione esterna. L’uomo di fede vera non ha la necessità di convincere nessuno. Non ha un nemico da combatte. Né dentro, né fuori.

Tutte le volte che ci si ritrova a difendere appassionatamente un’ideale o a fare la guerra a chi non la pensa come noi, bisogna farsi venire il dubbio se di quella cosa siamo convinti veramente. Se quell’idea, che può essere di natura politica, religiosa, o la negazione stessa dell’esistenza di un Dio, non sia di fatto una cosa che ci appartiene, ma solo un punto fermo di cui abbiamo bisogno per fissare gli elementi di un’identità che fa fatica a delinearsi.
                                                                                        Alberto Melari


venerdì 14 giugno 2019

Quando tutto si muove


Ero con i mie figli nel bosco che passeggiavo ai margini di una riserva. Vedo un cervo sdraiato in mezzo all’erba alta. Chiamo i bambini sottovoce e cerco di porre la loro attenzione su quella scena. Ma nonostante glielo indicassi, loro mi dicevano di non vederlo. Li ho presi in braccio uno alla volta perché scrutassero meglio, ma niente. Non riuscivo a farglielo individuare.


Non mi restava che fare una cosa. Battere le mani e gridare. L’animale si è accorto di noi, si è alzato ed è scappato. I bambini lo hanno finalmente visto. Avrei voluto evitare di disturbarlo, ma non riuscivo ad arrendermi all’idea che non lo vedessero.

Naturalmente i bambini sono riusciti a vedere il cervo perché si è mosso. Quando qualcosa si muove, e tutto il resto è fermo, l’attenzione cade per forza su quello che si muove. Quando invece tutto era fermo, anche il cervo, era più difficile individuarlo.

È una cosa che si comprende bene. È nell’esperienza di tutti.

Più difficile ancora è vedere qualcosa che si muove in mezzo a tante altre che si muovono. Provate ad individuare un cervo, uno in particolare, in mezzo ad un branco di cervi che corrono! Lo perdereste continuamente e nelle poche volte che lo individuate non sarete mai sicuri che sia proprio lui.

È fuori da ogni dubbio che questo periodo storico è estremamente carico di avvenimenti (di cose che si muovono) e purtroppo il principio appena esposto per il branco di cervi in movimento vale anche per quello. Il risultato di non riuscire a d individuare niente è il sopraggiungere della confusione più totale nella mente di chi lo vive.

Ogni evento, ogni fatto, ogni idea che nasce, avrebbe bisogno, per chi le sperimenta, di un tempo di riflessione. Di un periodo di esame. Di uno spazio mentale da dedicargli affinché ne emerga il significato.

Il tempo in cui stiamo vivendo è un succedersi continuo di eventi in totale assenza di quell’intervallo necessario alla loro elaborazione.  Nascono leader. Crollano leader. Nascono idee. Idee muoiono. Si compiono stragi. Si combatte per la pace. Si annienta il male ma subito dopo il male si compie. Un verificarsi incessante di accadimenti. Un nascere di idee nuove. Il morire di quelle vecchie. Assistiamo al successo di qualcosa e poco dopo al suo fallimento. Senza i tempi necessari a comprenderne le ragioni e il significato.

Difronte ad un fluire così denso di eventi ed idee l’individuo comune, che da sempre è stato avido di punti fermi sui quali aggrappare la propria identità, tende ad andare nel pallone. Si aggrappa continuamente a qualcosa. Un modello di vita, un’ideale, una promessa di un futuro migliore, una struttura istituzionale, una fede, l’individuazione di un nemico. Regolarmente quella cosa è destinata a sfuggire in maniera inesorabile. Ogni volta si consuma una delusione a cui segue la ricerca affannosa di una traiettoria nuova e risolutiva che dia pace al divenire a cui è difficilissimo adattarsi.

E allora come difendersi da tutto questo?

In realtà, non solo non ci sarebbe nulla da cui difendersi, visto che una realtà così fatta deve solo essere accettata e nient’altro, ma occorre anche capire che un periodo storico così singolare è un’occasione unica per capire qualcosa che altri momenti sarebbe molto più difficile da comprendere.
Immaginatevi un pavimento completamente ricoperto di palline di gomma. Il pavimento, ad un certo punto, comincia a muoversi ondeggiando in modi sempre diversi. Le palline iniziano a rimbalzarci sopra, ad urtarsi fra di loro e negl’urti si deformano continuamente. Si scambiano velocità e direzione incessantemente. Tutto è in moto e tutto è enormemente in confusione.

Adesso chiedetevi. In un sistema di questo tipo, cosa c’è di fermo?

La risposta non è affatto semplice. O quantomeno non lo è se cerchiamo un elemento che è fermo fra quelli che compongono il sistema.

L’unico elemento fermo, l’unica costante, è da cercare nel movimento stesso. Ovvero, nelle leggi che lo regolano.

Nel caso delle palline di gomma le leggi sono quelle della meccanica (la legge di gravità, la legge della quantità di moto ecc.). Nel caso del caos innescato da circostanze storiche e sociali le leggi sono tutte quelle che regolano i rapporti fra gli esseri umani, il sorgere e il placarsi di istinti e bisogni, la necessità recondita degli esseri umani di essere dominati o di dominare, le pulsioni più profonde.

In questo momento, l’eccesso di movimento regolato da quelle leggi, espone le leggi stesse all’osservazione. Questo è un periodo inconsueto dove si possono esplorare territori sommersi del genere umano da cui trarre tante di quelle informazioni su noi stessi e sul mondo da ricavare un patrimonio di conoscenze uniche e di grandissimo valore. Osservando la realtà ora, si giunge all’essenza stessa del “motore immobile” da cui la realtà si genera.

Ma c’è una condizione che è essenziale. Per farlo occorre essere fuori dalla tempesta di movimento di cui si deve divenire osservatori.

Cosa vuol dire allora esserne fuori? Essere esterni al movimento significa resistere al fascino dello schierarsi ideologico. Significa smettere di ammirare i leader che a turno si contendono la scena sul palco del “risolvo tutto io!”. Significa l’abbandono totale di ogni fede, di ogni punto fermo che ci fa sentire al sicuro, di ogni cosa che oscurerebbe la vista a chi si è dato il compito di essere solo osservatore. Significa più di tutti affrancarsi da se stessi e da tutte le strutture mentali costruite in anni e anni di ubbidienza agli ordini che arrivavano dall’esterno. Significa fare proprio quel precetto evangelico che è il più trascurato ed il meno compreso di tutti, ma è quello che contiene il messaggio più profondo e da solo sarebbe sufficiente a spiegare l’intero senso dell’esistenza.

“Rinnega te stesso” (Marco 8, 34).
                                                       Alberto Melari

lunedì 3 giugno 2019

La sofferenza cambia il mondo.



È una scena tipica. Vi sarà capitato di vederla. Da una parte un idealista (e attivista) che cerca di cambiare nel mondo ciò che non va. Dall’altra un pessimista (ma guai a chiamarlo così! Lui è “realista”) che pronuncia la notoria frase “… ma il mondo non si cambia!”.

L’idealista, dal canto suo, toccato nei suoi propositi più sentiti, ha mille esempi da addurre di persone che il mondo lo hanno cambiato eccome, e sul loro esempio continuerà le sue battaglie.

Ma insomma, il mondo si cambia o non si cambia?

Di sicuro il mondo cambia.

Che il mondo cambia è talmente palese che trattarne la dimostrazione risulta quasi umiliante. Nulla è mai stato uguale. La realtà è un flusso sempre in evoluzione. Nessuna società somiglia alle società che l’hanno preceduta. Ogni epoca ha affrontato le sue questioni e ha prodotto soluzioni e problemi. Sempre diversi.

Quello che ci interessa non è tanto dimostrare che il mondo cambia, ma il meccanismo attraverso cui il cambiamento avviene.

E nello spiegare questo meccanismo dobbiamo purtroppo utilizzare una parola che stride piuttosto sgradevolmente alla nostra esperienza.

La parola “sofferenza”.

È questo il mezzo attraverso il quale il più delle volte il cambiamento si compie. Questo è vero tanto per le singole persone, quanto per i gruppi, dalle coppie, alle classi sociali, agli stati.
Tutti i cambiamenti autentici sono preceduti da una crisi. Tutte le volte si soffre. Ecco le fasi del cambiamento intrise di questa sofferenza.

Primo - Si inizia a soffrire perché la realtà in cui si vive non va più bene. Pertanto si avvia a cambiare.
Secondo - Si soffre perché il passo verso il cambiamento presuppone la fine di quella parte di noi che, nonostante ci faccia stare male, non vorremmo abbandonare. Ci accorgiamo che quel malessere, anche se ci fa soffrire, lo conosciamo, ci è noto, e comunque è sempre meglio dell’ignoto a cui si va incontro.
Terzo – Dopo aver scoperto che quello star male in fondo lo preferiamo, al cambiamento si oppone resistenza e quindi si retrocede, rinunciando a progredire.
Quarto - Tornando indietro si ritrova tutta la sofferenza da cui ci si voleva liberare, per cui si rinnova la necessità di fare un passo fuori. E ricomincia il giro dal punto primo.

Questo meccanismo perverso in genere dura molto tempo. Talvolta anni. Ad ogni giro la sofferenza aumenta e la resistenza pure. E continua fintanto che il cambiamento non diventa obbligatorio poiché la sofferenza della condizione da cui dovremmo affrancarci ha raggiunto soglie troppo elevate per essere sopportata.

Solo allora ci si butta nel vuoto. Finalmente si evolve. Si trova la pace in un io rinnovato.

Ci sono esempi nell’esperienza di ognuno. Ci sono donne che intraprendono relazioni con uomini che le trattano male. Quelle relazioni spesso si interrompono. Ma poi si ricompongono per interrompersi di nuovo per lo stesso motivo. Oppure, le stesse donne cambiano partner, ma quello che si scelgono successivamente è di poco diverso da quello che hanno lasciato. Solo dopo un lunghissimo ricadere nello stesso vizioso meccanismo arrivano a comprendere che ne sono loro stesse la causa nel momento in cui scelgono la persona da mettersi accanto. Solo dopo aver raggiunto questo stato di coscienza, dopo aver sofferto molto, possono operare un vero cambiamento e vivere finalmente uno stato affettivo sano con la persona giusta.

Anche l’evoluzione di un gruppo segue questo schema. Un popolo che è sottoposto ad una dittatura si libererà solo quando disordini, corruzione e condizioni sociali nefaste avranno raggiunto livelli insostenibili. Solo allora si trova la forza di creare una vera resistenza che destabilizza i poteri opprimenti fino a farli decadere. La storia, anche recente, ci insegna che quando potenze esterne intervengono su regimi dittatoriali per portare la democrazia, la democrazia puntualmente non si realizza. Il popolo ricade nel disordine o in una nuova dittatura o in qualche altra forma di schiavitù. Si libererà solo dopo che la condizione di malessere sarà stata sufficientemente alta da risvegliare la coscienza collettiva.

L’idealista che vuole cambiare il mondo è colui che vorrebbe una realtà dove nessuno debba soffrire e con la sua azione tenta di risparmiare agl’altri quella sofferenza. Oltre a rappresentare un’impresa utopica, non si rende conto che, sottraendo qualcuno alla sofferenza, blocca di fatto la sua evoluzione se quel qualcuno ha a disposizione proprio la sofferenza come unico mezzo per la propria crescita.

Tutte quelle le persone, a cui accennavamo prima, che nella storia hanno contribuito a creare grandi cambiamenti, hanno potuto farlo solo perché la loro azione si è innestata ogni volta in un momento storico favorevole all’evoluzione. Un momento in cui le masse avevano maturato, dopo un lungo periodo di crisi, la necessità di una spinta verso un rinnovamento causata da una saturazione data da un periodo di sofferenza.

Quando il cambiamento viene proposto in un momento in cui non si è ancora sofferto abbastanza, incarnare in un qualsiasi modo l’essenza di una rivoluzione rimarne un’azione del tutto inutile.

Il pessimista, dal canto suo, se realmente pensa che il mondo non possa cambiare e che le negatività del genere umano siano destinate ad un ristagno perenne, ha incredibilmente perso la cognizione del flusso interminabile di cambiamento a cui ogni realtà è ineluttabilmente soggetta. Ognuno è destinato a sottoporsi, prima o poi, alle conseguenze delle proprie azioni. Che sia l’aver fatto del male, oppure l’aver permesso a qualcuno di farselo fare. La sofferenza derivante da quel male è la sostanza da cui si genera l’evoluzione.

E dunque, anche se nella nostra cultura siamo abituati a rifuggirla, la sofferenza ha un valore enorme. Quindi sono molti i casi in cui non andrebbe risparmiata a chi la sta vivendo. La sofferenza è il modo con cui si risveglia una coscienza e la si induce alla crescita. Ogni volta che c’è una sofferenza c’è un passaggio da fare al quale si sta opponendo resistenza. Quella sofferenza prima o poi, di quella resistenza, sfonderà il muro.

Che si evolva attraverso la sofferenza può apparire crudele. Ma per fortuna non è una legge ineludibile. L’alternativa non solo esiste ma è fruibile in ogni momento. Anche adesso. Potenzialmente, un’evoluzione che richiede anni di malesseri, potrebbe essere compiuta in un solo giorno in un pieno regime di pace.

L’evoluzione senza sofferenza è una via semplice a disposizione di tutti ma di fatto utilizzata da pochissimi. È la strada della consapevolezza. Consiste di un’attenzione costante su se stessi e sulla propria condizione che porta ad intuire la necessità del cambiamento prima che siano le circostanze impervie della vita a doverlo obbligare. È il percorso in cui, in uno stato di auto-osservazione continua, ci si accorge quando c’è qualcosa che non va e occorre operare un rinnovamento prima che le condizioni volgano all’estremo. È la via in cui si permette alla realtà di scorrere senza creare opposizione al divenire naturale delle cose e si accetta il flusso della trasformazione. È maturare la coscienza che vivere è prima di tutto evoluzione, e non la ricerca continua di una situazione di gradevole immobilità.
                                                                                                          Alberto Melari

venerdì 24 maggio 2019

L’“invito alla lettura” . Un messaggio idiota.

Ho partecipato ad una riunione per la realizzazione di un festival dedicato al racconto per ragazzi. Sono rimasto in silenzio ad ascoltare chi aveva avanzato la proposta e l’aveva già in parte elaborata.

Non è passato molto tempo dall’inizio della riunione che è emersa ben presto l’idea di lanciare un “Invito alla lettura”, uno dei concetti più inflazionati che io conosca. Se si mette la frase su Google ci si può rendere conto di quanto venga utilizzata.

La signora che parlava con tanto entusiasmo era una donna di mezza età, forse un’impiegata della biblioteca comunale o comunque di un qualche ufficio del Comune dedicato alla cultura. Immancabile l’occhiale quadrato sulla punta del naso. Un po’ cicciottella.

“Dovrebbe muoversi di più” mi è venuto in mente.

Se dovessi convincerla a farlo, per esempio invitandola a fare un po’ di corsa ogni tanto come faccio io da sempre, come potrei dirglielo?

“Signora! Vuole venire a correre insieme a me? Le dirò in cosa consiste. 
Quando inizierà a correre incomincerà a sentire fatica. Talvolta accade, soprattutto in salita, che potrebbe andare in debito di ossigeno, avere il fiato grosso e subire una sorta di sensazione di soffocamento. Non soffocherà, sia chiaro! Le basterà fermarsi e riprendere fiato. A volte si sente un dolore acuto sui muscoli delle gambe. Una sorta di bruciore che diventa sempre più intenso. E poi si suda. La maglia si appiccica alla pelle e le dà una sensazione di bagnato addosso con qualche brivido di freddo. In quel caso non bisogna mai fermarsi, ci si potrebbe ammalare!”


Non so cosa ne pensiate ma io dubito che con questo tipo di invito riuscirei a convincerla. Credo piuttosto che, se non ha mai corso fino ad ora, le ho dato un bel po’ di motivi per continuare a non farlo.

Proviamo un secondo tipo.

“Signora! Vuole venire a correre insieme a me? Le dirò in cosa consiste. 
Non appena lei uscirà di casa con la sua comoda tuta e le scarpe da ginnastica proverà la bellissima sensazione di trovarsi all’aria aperta e di avere spazi enormi intorno. Il corpo, che è stato fermo tutto il giorno, si riattiva. Il sangue incomincia a circolare e lei sentirà da subito una chiara sensazione di vitalità. Si purificherà perché sudando eliminerà tossine. Inoltre, dopo un po’ di volte, non sentirà più la fatica nel salire le scale o nel doversi muovere a piedi. Il suo corpo le darà sempre una sensazione di vigore e di buona salute. Avvertirà di rado la stanchezza e dimagrirà. Questo le genererà un costante benessere.”


Continuo a dubitare di riuscire a convincerla, ma di certo questo secondo tipo di messaggio è molto più efficace del primo. Fermo restando che sia il primo che il secondo dicono cose vere e non mentono su niente riguardo alla corsa.

Il punto è che l’“invito alla lettura”, che viene soprattutto rivolto ai ragazzi, è esattamente un invito del primo tipo. Ovvero non ti racconta i vantaggi di un’azione, ma la sua parte più impegnativa e pesante.

I libri sono fatti di decine di pagine. Le pagine di centinaia di righe. Le righe di migliaia di parole. Il loro aspetto non è affatto attraente come si vuol far credere. Al primo impatto appaiono monotoni. L’atto del leggere inoltre presuppone di rimanere immobili, assorti e concentrati. Inutile negarlo. Leggere è fatica.

Non è il leggere che dà un vantaggio. Ma tutti i concetti che dalla lettura vengono acquisiti, le emozioni che si ricevono, gli insegnamenti che si traggono.

L’ “invito alla lettura”, da un punto di vista comunicativo, è convincente quanto un dentista che, nel volersi fare pubblicità, non parla dei benefici di togliere una carie, ma del dolore del trapano durante la cura.

L’ “invito alla lettura”, di per sé, non significa niente. Dire ai ragazzi, o a chiunque altro, “Leggete! Leggete!”, (o peggio ancora “Dovete leggere!”) cosa che sento fare da sempre, è semplicemente un messaggio idiota.

“Leggete” sì, ma cosa? Così detto sembra che il solo atto del leggere sia qualcosa di benefico. La selezione dei contenuti, che è un processo complesso che richiede una ricerca lunga e ragionata, sembra una cosa secondaria. È come dire: “mettetevi in cammino, non importa dove andate.”

La lettura sembra essere proposta come fine ultimo. L’accrescimento culturale, di cui la lettura è solo un mezzo (e non è nemmeno l’unico andrebbe aggiunto), un effetto secondario di scarsa importanza che non merita menzione.

La verità è che l’ “invito alla lettura” non è affatto un messaggio genuino. Ha origine da quel mondo strisciante e distorto della dottrina dell’ordine civile e morale che vuol far credere che è buono tutto ciò che fa male. Come lavorare, reprimere gli istinti sessuali, mangiare scondito, umiliarsi ogni tanto.

Il messaggio che andrebbe formulato è ben altro. E purtroppo non si liquida con una frase secca.

Bisognerebbe spiegare ai ragazzi, ma non solo a quelli visto che le categorie bisognose sono di ogni età, che i problemi che sicuramente la vita gli pone, che riguardano i rapporti personali e affettivi, la gestione dei propri sentimenti, il rapporto con se stessi, il giusto senso da dare alle cose e molto altro ancora, non compaiono nelle loro esistenze per la prima volta nella storia. E che quei problemi sono stati affrontati e sviscerati da menti elette che ci sono state in ogni periodo. La risposta a quei problemi pertanto è già patrimonio di conoscenza dell’umanità. Il modo più efficace di affrontarli è accedere a quella conoscenza.

Il libro e la lettura sono solo un mezzo attraverso cui … purtroppo … bisogna passare.
Andrebbe aggiunto che la lettura e la conseguente crescita culturale hanno come scopo la vita. Se la crescita culturale, o peggio ancora la lettura, diventano l’unico mondo in cui ti ritrovi a vivere, è bene che incominci a pensare che ci sia qualcosa che non va.

Perché, se proprio dobbiamo farlo un invito, deve essere un invito a vivere. Casomai si dica che si deve leggere per vivere, e non che si deve vivere per leggere.

Chi crede di fare una cosa buona lanciando un messaggio di “invito alla lettura” ha una visione molto superficiale delle cose e non ha ancora capito niente del mondo.

Dovrebbe leggere di più.
                                              Alberto Melari

lunedì 13 maggio 2019

La paura

I demoni esistono veramente.


Quando nella vita succede qualcosa, questo genera in noi una reazione emotiva.
Da un punto di vista logico questo concetto sembra non fare una piega. È perfettamente coerente con il principio di causa-effetto (o principio di causalità).

E se invece così non fosse? E se avvenisse regolarmente il contrario ma noi non siamo in grado di accorgercene?

Il contrario consisterebbe nel fatto che una nostra reazione emotiva, ad esempio una paura, faccia accadere qualcosa nella nostra vita.

Questa idea sembra assurda. Invece è proprio questo quello che realmente accade! E non ogni tanto. Ma sempre. Ed ogni volta ci appare come se avvenisse l’inverso.
Non c’è miglior modo di spiegare questa teoria che non sia di dimostrarla con degli esempi. Di seguito tre.

Primo - Il dipendente ed il titolare.

I protagonisti sono due persone che chiameremo A e B. Hanno due ruoli differenti nella storia, in relazione fra loro. 
A è uno dei dipendenti di un’attività di cui B è il titolare. A non è un dipendente qualsiasi. In qualche modo gestisce un po’ tutta l’attività, organizza il lavoro e dirige gli altri dipendenti. B ha molta stima di lui e si fida. Anche A ha stima del suo capo B. Lo ammira. Lo considera come un maestro per certi versi. 
Il clima è sereno.

A, ogni tanto, trova del lavoro all’esterno dell’attività. B è d’accordo su questo perché sa che l’attività non garantisce di per sé grossi guadagni, e quindi è felice che A possa avere guadagni esterni che lo rendano più tranquillo economicamente. Anche perché questo gli garantisce che A non abbandoni l’attività per cercare qualcosa di più sicuro. Anzi, B a volte mette volentieri a disposizione di A le attrezzature dell’azienda per lo svolgimento di questi lavori esterni.

Insomma c’è una situazione di equilibrio, con ruoli ben precisi e riconosciuti e rapporti umani ottimali.

Ad un certo punto però in B comincia a maturare una paura. Il timore che A possa svincolarsi e abbandonare l’attività per proseguire in proprio. Questo scenario lo ossessiona. In primo luogo perché perderebbe A, il suo dipendente migliore. Poi perché si troverebbe un concorrente in più. Ma soprattutto perché sentirebbe minacciato il suo ruolo di capo a cui tiene molto e l’idea che qualcuno possa eguagliarlo lo disturba.

In realtà A non ha mai fatto questo tipo di pensiero. Non si è mai visto nel ruolo di titolare di un’attività. Lo sente inadatto alla sua personalità ed ha troppa stima di B per pensare di poterlo emulare.

Un giorno A si procura un po’ di lavoro all’esterno e prende accordi con qualcuno per assicurarsi il solito piccolo guadagno extra. Come altre volte chiede a B di avere in prestito l’attrezzatura per svolgere il lavoro.

B, in preda già da tempo a quella preoccupazione, questa volta inventa una scusa e nega l’utilizzo dell’attrezzatura che fino ad allora aveva sempre prestato con generosità.

Naturalmente A rimane spiazzato. È costretto a rinunciare al lavoro ma per farlo deve venire meno ad un impegno preso. In più deve rinunciare al guadagno extra, indispensabile per un equilibrio economico che gli consenta di continuare a lavorare nell’attività di B. Deve trovare una soluzione.
Ci pensa un po’ su poi sceglie di fare un azzardo. Decide di acquistare delle attrezzature tutte sue. Naturalmente si indebita per farlo. Però questo gli permette di svolgere il lavoro e salvare la faccia con i clienti.

Una volta svolto il lavoro però accade che si ritrova il debito aperto e si rende conto che ha ben poca scelta. Deve staccarsi da B e aprire un’attività in proprio che gli consenta di ammortizzare le spese fatte e dare un senso a quell’investimento.

Questa vicenda è complessa e intrecciata, ma è un chiaro esempio di come una paura, cioè il timore di B che A si possa staccare da lui, abbia generato esattamente la condizione che era temuta.

Naturalmente B non si è accorto di essere stato lui a causare la situazione di cui aveva timore. Darà la colpa ad A di aver tradito la sua fiducia. Ma non solo. Ed è questo il punto principale. Dirà a sé stesso che tutte le sue preoccupazioni erano fondate. E che faceva bene a temere che A si staccasse da lui. In qualche modo crede che stava effettivamente vedendoci lungo e che la sua paura aveva una base reale.

Secondo - Il marito geloso.

Una volta analizzato un caso complesso come quello sopracitato, vediamone uno più semplice e di migliore intuito.

Questa volta abbiamo marito e moglie, con lui che è il classico marito geloso. Naturalmente la paura di un marito geloso è che la moglie possa andare con un altro uomo. La moglie, dal canto suo, non ha nessuna intenzione di farlo. Ma questo non cambia niente nella preoccupazione del marito, il quale inizia a controllarla, a chiamarla al telefono per chiederle con chi sta, a farle domande in maniera pressante. Questo atteggiamento naturalmente rende il rapporto molto pesante per la moglie. La moglie, che in un primo momento sopporta, col tempo incomincia a stancarsi e il sentimento d’amore e la stima che provava per il marito si attenuano sempre di più.

Ad un certo punto la moglie si rende conto di non sopportare più quel controllo ossessivo e questo la porta a disinnamorarsi completamente del marito. Ed è a questo punto che incomincia a guardarsi intorno, fin quando non inizia a provare attrazione per un altro uomo. Alla fine ci si incontra e inizia una relazione clandestina con lui.

Il marito, che aveva paura del tradimento, ha ottenuto esattamente quello che temeva. Anche qui, il marito, una volta scoperta la relazione segreta, passerà il tempo a dirsi che aveva ragione ad avere dei sospetti sulla fedeltà della moglie.

Terzo - Lo studente all’esame.

Uno studente deve sostenere un esame. Ha molta paura di non superare la prova. Ha studiato, ma continua a temere di cadere su una domanda non prevista o che l’esaminatore colga un qualche punto debole della sua preparazione.

Una volta davanti alla commissione, già prima che gli venga fatta una domanda, scatta in lui una sorta di agitazione, una tensione da esame maturata in giorni e giorni di preoccupazione che non gli fa ricordare niente. La voce si blocca e non riesce a parlare. Si crea un vuoto di memoria e lì per lì per la tensione non riesce a collegare i concetti. Il risultato è una prestazione pessima. Verrà bocciato.

La paura di essere bocciato ha dato ragione a se stessa.

Inutile dire che gli esempi a disposizione sarebbero molti di più. E tutti finirebbero per darci un’unica verità.

I demoni esistono.

Sono le paure. Entrano nelle persone. Le possiedono. Vivono della loro energia facendo in modo che la loro mente non pensi ad altro. Una volta posseduta una vittima, il demone (la paura) la fa muovere in maniera tale che questa crei una realtà in cui le condizioni della paura stessa si realizzino e molto spesso ci riesce. In questo modo la vittima si convincerà della fondatezza di quella paura e continuerà ad ospitarla e non si accorgerà che è stata proprio lei a renderla reale. Così il demone potrà continuare a possederla e assicura la propria sopravvivenza all’interno di lei.

Quando parlate con qualcuno che è in preda ad una paura, non state parlando con lui. State parlando con il demone. È importante saperlo. 
Buona conversazione. 


                                                                                                                      Alberto Melari